Submitted by Vincenzo Barbat..., Published on Sab, 04/06/2013 - 18:56
Fonte
Traduzione di Andrea Taeggi e Vincenzo Barbato
Il mondo deve urgentemente porre degli obiettivi per contrastare le estreme diseguaglianze e l’estrema ricchezza. È largamente accettato che le differenze di ricchezza e reddito in rapida crescita sono dannose al progresso umano e che bisogna prendere provvedimenti. Già quest'anno, il Global Risk Report del World Economic Forum ha classificato le diseguaglianze come uno dei maggiori rischi del 2013. Il Fondo Monetario Internazionale e The Economist sono d'accordo. In tutto il mondo, le proteste del Movimento Occupy hanno dimostrato la rabbia crescente nelle persone e la sensazione che le diseguaglianze hanno superato il limite.
Negli ultimi 10 anni, l'attenzione è stata esclusivamente rivolta su metà del problema della diseguaglianza, ovvero, fermare l'estrema povertà. La diseguaglianza e l'estrema ricchezza che contribuisce a crearla, erano viste o come non particolarmente importanti o come un prerequisito per la crescita che avrebbe aiutato anche i più poveri, assumendo che essa avrebbe avuto ricadute favorevoli a beneficio di tutti. Ci sono stati grandi progressi nella lotta contro l'estrema povertà. Centinaia di milioni di persone hanno visto le loro vite migliorare sensibilmente - una conquista senza precedenti nella storia, di cui il mondo dovrebbe essere fiero. Ma guardando ai prossimi 10 anni e ai nuovi obiettivi di sviluppo, dobbiamo definire cosa è il progresso, dobbiamo dimostrare che stiamo anche mettendo freno alle diseguaglianze e questo significa concentrarsi non solo sui più poveri ma anche sui più ricchi. Oxfam crede che ridurre le disuguaglianze sia una parte centrale nella lotta contro la povertà e per assicurare un futuro sostenibile per tutti. In un mondo con risorse finite, non possiamo fermare la povertà a meno che non riduciamo le diseguaglianze rapidamente.
È per questo che il nostro richiamo è verso il nuovo obiettivo globale di ridurre la ricchezza estrema entro il 2025 e invertire la rapida crescita delle diseguaglianze osservate nella maggior parte delle nazioni negli ultimi vent'anni, riportando i livelli a quelli del 1990.
Secondo episodio della serie "Culture in decline" dedicato all'economia moderna.
Versione italiana realizzata dal Movimento Zeitgeist Italia.
Traduzione: Nino Aloi
Adattamento e Direzione del doppiaggio: Ezio Coriglione
Con le voci di: Sergio Sghedoni, Ivan Anoè, Emanuele De Matteis, Francesco Gobbi.
La traduzione e il doppiaggio sono stati realizzati a titolo completamente gratuito.
Submitted by Vincenzo Barbat..., Published on Lun, 02/11/2013 - 18:16
Fonte
Traduzione di Andrea Taeggi e Vincenzo Barbato
Per gran parte della storia dell’umanità, il reddito medio globale è ammontato a circa 1$ e 2$ al giorno e la crescita del reddito è stata superiore allo zero solo in maniera marginale, mediamente attorno allo 0.033% annuali, dall’anno 0 al 1868 e probabilmente anche meno durante i millenni precedenti. Tra il 1868 e il 1968, tuttavia, la crescita del reddito reale pro capite incrementò improvvisamente di quaranta volte toccando l’1.43% l’anno e nel periodo in cui io nacqui la media del reddito pro capite nel mondo aveva raggiunto circa 10 $ al giorno. Nel corso della mia vita, la crescita del reddito è stata mediamente di 1.96 %, il che implica che la media pro capite del PIL nel mondo sia ora superiore ai 20 $ giornalieri. Il tasso di crescita ha continuato ad incrementare costantemente, raggiungendo una media di circa 2.94% all’anno, nella prima decade di questo secolo. Un tale tasso di crescita non ha precedenti nella storia della nostra specie.
La domanda cruciale è: la crescita continuerà a questa velocità e forse addirittura accelererà? Oppure l’intensificarsi della crescita negli ultimi 150 anni è solo un’anomalia che sta volgendo al termine?
Submitted by Vincenzo Barbat..., Published on Mar, 02/05/2013 - 13:56
Dal min 4 al min 6
di Vincenzo Barbato
Nella puntata del programma di Fabio Fazio "Che Tempo Che Fa" andata in onda il 3 febbraio 2013, l'ospite Oscar Farinetti, fondatore della catena Eataly ed ex proprietario della catena di grande distribuzione UniEuro, si sofferma su contraddizioni molto evidenti del nostro sistema economico, che da un lato lo aiutano a sopravvivere, dall'altro però distrugge l'ambiente e la salute umana.
Lo spreco e il rifiuto sono positivi per questa economia
Nel mondo si gettano nella spazzatura circa 1,3 Tonnellate di cibo ogni anno secondo la F.A.O., questo va a discapito di chi non riesce ad ottenere il giusto apporto nutritivo per sopravvivere, in altre parole bambini, uomini, donne e anziani muoiono perché non riescono a mangiare, nonostante la stessa F.A.O. negli anni '90 disse che con le tecnologie di allora avremmo avuto la possibilità di sfamare almeno 7 miliardi di persone, senza contare sulle nuove tecnologie, come l'agricoltura idroponica, acquaponica e aeroponica.
Pensiamo alle regioni del terzo mondo.
Questo modo di agire dà lavoro a società e operai di tutto il mondo per lo smaltimento dei rifiuti in discarica o riciclando (invece di conservare), rinvigorendo il circolo Salario-Lavoro-Consumo. Ergo per continuare a guadagnare dobbiamo continuamente sprecare e consumare, sprecare e consumare e sprecare e consumare all'infinito, in un pianeta con risorse limitate e finite.
Secondo l'ultimo rapporto del "Living Planet Report" del WWF si è giunti alla conclusione che la presenza umana sta distruggendo: risorse idriche, biodiversità e terreni arabili per via del continuo sovra sfruttamento, inoltre per vivere in queste condizioni l'umanità ha bisogno di risorse terrestri che ammontano a circa 1,5 Pianeti Terra, cosa che logicamente non è possibile.
Il peggio deve ancora venire
Il Movimento Zeitgeist è dal lontano 2008, precisamente dall'uscita in rete del film Zeitgeist: Addendum che parla di spirale senza fine del debito e del collasso dell'economia di mercato, quindi ci fa piacere che anche imprenditori del calibro di Farinetti confermino ciò che movimenti analoghi al nostro e articoli di riviste scientifiche divulgano da anni, l'onestà nell'ammettere ciò da onore a chi preferisca non illudere gli italiani che sperano nel prossimo boom economico, al contrario delle istituzioni politiche.
Submitted by Vincenzo Barbat..., Published on Mar, 02/05/2013 - 10:48
Traduzione a cura di Daniel Iversen, revisione di Davide Gaulli
Come ha sdegnosamente sottolineato John Maynard Keynes: “Siamo stati colpiti da una nuova malattia di cui forse alcuni lettori non conoscono ancora il nome, ma ne sentiranno parlare molto negli anni a venire: la Disoccupazione Tecnologica.”
Ciò significa “disoccupazione determinata dalla nostra scoperta di mezzi di diminuzione dei costi di produzione attraverso la riduzione dell’impiego della manodopera, surclassando il ritmo con cui siamo in grado di trovare nuove occupazioni”. Mentre i politici, gli uomini d’affari e gli imprenditori litigano su quali siano i motivi per la crescita della disoccupazione in tutto il mondo, come per esempio la delocalizzazione delle aziende all’estero oppure la manodopera degli immigrati, la vera causa, che non viene affrontata nel dibattito politico, è la disoccupazione tecnologica. Dal momento che il capitalismo di mercato si basa sulla logica di ridurre le entrate per aumentare i profitti, la tendenza a sostituire il lavoro umano, per quanto sia possibile con l’automazione delle macchine, è una progressione naturale dell’industria.
Anche l’economista Jeremy Rifkin, nel suo libro “La Fine del Lavoro”, sottolinea lo stesso punto.
“Raramente, nelle loro dichiarazioni pubbliche, qualche leader dell’estrema destra affronta il tema del rimpiazzamento tecnologico. La disoccupazione globale ha ora raggiunto il livello più alto dalla grande depressione del 1930. Più di 800 milioni di esseri umani sono al giorno d’oggi disoccupati o sottoccupati. Stiamo entrando in una nuova fase della storia mondiale, quello in cui sempre meno lavoratori saranno necessari per produrre i beni e i servizi per la popolazione globale. In tutto il mondo, dovranno essere creati, nei prossimi anni, più di 2 miliardi di lavori per fornire un reddito a tutti i nuovi lavoratori, sia nei paesi sviluppati che in quelli in via di sviluppo.”